Tag

, , , , , , , , ,


IMG_3595 copy

Ripropongo una mia vecchia nota pubblicata su Facebook il giorno Martedì 2 agosto 2011 alle ore 0.08, una piacevole chiacchierata al telefono con la cara Simona Moramarco mi ha fatto venire in mente questo ragionamento scaturito da una delle discussioni avvenute sul blog di Costanza. La dedico a te, Simona.

Volevo fare un’appunto controcorrente.

Quando il 13 luglio scorso il post IL monaco veste Prada ha toccatto il tasto apparenza nel blog della Costanza Miriano si scatenarono commenti di come uno si sente bello e giovane dentro anche se fuori tutto ciò non traspare. Di come nel donarsi agli altri spesso non si riesce a dare il giusto spazio ai lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria, finendo per dover subire una ristrutturazione che non sempre è fattibile (sia economicamente che in termini di tempo). Di come siamo belli dentro, di come non dobbiamo giudicare dalle apparenze. Tutte cose sacrosante.

Ora, sappiamo tutti che l’apparenza non è tutto, non è neanche minimamente vicina al tutto. Su questo siamo tutti d’accordo. Ma l’apparenza fa parte di noi, della nostra natura, del nostro essere. L’essere Alvisico del mio amico Alvise (che si lamenta sempre della sua estetica) è frutto anche di come lui appare e di come crede di apparire (si, perché, ricordiamocelo, non sempre le due cose corrispondono).

Le mie stanze interiori si mostrano al mondo con questa facciata, si affacciano ad esso dalle finestre dei miei occhi. Ci sono facciate austere che nascondono meravigliosi giardini, ci sono facciate sgargianti che nascondono stanze buie e fredde. Ovviamente meglio le prime, lo dicono tutti. Ma mentre lo dicono quasi quasi si ammette, implicitamente, che una cosa escluda l’altra. Non è così.

E’ vero che chi vive dietro ad una facciata appariscente, certamente non per merito proprio, nella maggior parte delle volte si dimentica di mettere a posto il resto, ma non è sempre così. E chi è nato con un’apparenza gradevole agli occhi degli altri deve convivere con questa e la cosa è spesso ingombrante. Uno si fa le spine. Deve lavorare il suo essere a questo suo apparire ed accettarsi esattamente come gli altri (di solito nel periodo dei diari citato qualche settimana fa da Cyrano nel Blog della Miriano). E’ un poco come la rosa: un fiore bellissimo e pieno di zucchero che, proprio per questo, attira a se una miriadi di insidie, chi la vuole cogliere, una miriadi di insetti e bestioline varie cercano la sua dolcezza. Quando sei li a togliere le pulci dalle rose perché pensi siano loro il problema, ti arrivano orde di vermicelli che te le devastano. Le rose si sono fatte le spine a furia di essere rose, ma non potranno mai smettere di essere rose. E appassiscono anche loro (e in quel caso, se non si sono appoggiate su altro nella vita, soffrono enormemente, perché da bambini e da vecchi ci assomigliamo tutti).

Quando aveva quattro anni, dopo una cena con gli amici a casa, mio figlio mi disse: “mamma, perché mi dicono tutti “quanto sei bello”?”, “Perché lo sei amore mio”, risposi. Lui mi fa “ma cosa c’entro io? Che merito ho? Capisco se uno mi dice quanto sei bravo, ma per la bellezza io non ho fatto proprio niente!”…

Amore mio piccolo e bello, passerai la vita a cercare di dimostrare al mondo che oltre ad essere bellissimo, hai un animo da gentiluomo ma, a volte, non te lo lasceranno fare, fermandosi all’apparenza. Avrei voluto rispondere così, invece lo abbracciai.

Annunci