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Il terzo articolo, sempre di Silvia Guidi, sempre su L’Osservatore Romano, questa volta in occasione dell’uscita del terzo film della Saga più amata dai teens.

Twilight Eclipse

“Ci mancava pure il vampiro cattolico!” commenta un collega a voce alta, sorridente e in vena di conversazione, convinto di interpretare il pensiero anche dei vicini di poltrona nelle prime file. Siamo alla proiezione di Eclipse, il terzo film della saga di Twilight diretto da David Slade, che debutterà nella sale italiane il 30 giugno. Una delle cose più interessanti da fare durante un’anteprima per la stampa è ascoltare l’audio e le voci fuori campo in sala, non solo durante il film, ma prima dell’inizio o mentre scorrono i titoli di coda. Dopo la proiezione  arrivano le personali “proiezioni” dei giornalisti, visto che, salvo luminose eccezioni, il più delle volte non si parla affatto del film ma di quello che si aveva in mente prima di vederlo. Pochi aprono la cartella stampa – che ci si può aspettare da un film per ragazzini? – pochissimi prendono appunti;  rischia di passare inosservato il cameo di Peter Murphy – voce dei Bauhaus, per l’occasione elegantissimo vampiro in livrea seicentesca –  o, nella colonna sonora, il singolo Jonathan Low firmato dai Vampire Weekend, una delle band indipendenti americane più interessanti degli ultimi anni, per non dire dei negletti versi di Robert Lee Frost, il poeta preferito di Jfk Kennedy, sulla dialettica della fine tra ghiaccio e fuoco, desiderio e compimento che introducono la prima scena e di fatto costituiscono le coordinate simboliche del film.

“Un po’ meno noioso del secondo, questo Eclipse, ma temo la deriva cattolica che nascerà da tutto questo” continua il collega, sinceramente preoccupato per le sorti del pensiero laico minacciato dalla carica dei vampiri cristiani – forse una citazione colta, visto che i primi seguaci di Gesù venivano accusati di bere sangue umano? – confermando il fatto che tra i primi sintomi di uno sguardo ideologico sulle cose c’è la perdita del gusto per i dettagli: Stephenie Meyer, l’autrice della saga, è mormona, ma evidentemente per chi vede nella “Gazzetta di Forks”, la rivista dei fans, una subdola arma di propaganda del pensiero oscurantista, cattolici e protestanti, amish o battisti  pari sono. L’audio in sala è interessante anche durante il film: risate, frizzi e lazzi fanno da contorno alla scena in cui Edward chiede a Bella di sposarlo e non dormire insieme fino al giorno delle nozze; si capisce che più che la forma – i dialoghi talvolta un po’goffi, la scarsa originalità della regia, i paesaggi da cartolina – a risultare irritante è il contenuto: di fatto, il film è un’allegoria del valore del matrimonio e, più in generale, della permanenza eterna di ogni rapporto vero, a prescindere dalla coerenza, dalle contraddizioni e dagli errori di chi lo vive.

“Il primo film parla dell’amore, New Moon,  il secondo,  della perdita, Eclipse di quanto possa essere difficile una relazione, soprattutto quando è profonda e autentica”, spiega Robert Pattison, l’attore che interpreta il protagonista, a cui non difetta il dono della sintesi. Ugualmente laconici sono i personaggi del film quando parlano di cosa significa per loro sposarsi: “Per noi è soltanto un pezzo di carta” dice Bella pensando ai suoi genitori separati da anni. “Ai miei tempi era il modo migliore per dire ti amo”,  ribatte Edward, un gentiluomo degli anni Dieci del Novecento (ha appena compiuto 108 anni) nascosto sotto il ciuffo alla James Dean di un eterno diciassettenne.

Bella ha paura del grande freddo che può nascere perfino tra lei e il suo amatissimo Ed nella sua futura condizione di non-morta. “Tra qualche decina d’anni tutti quelli che ami non ci saranno più” le ripete il suo fidanzato per farle capire quanto la scelta di far parte del suo mondo le cambierà la vita, e in modo definitivo. Come cambierò? Come cambieremo? si chiede la protagonista, riferendosi all’imminente trasformazione, fissata subito dopo le nozze,  ma anche al timore di perdere la freschezza e l’intensità dell’inizio, di non essere all’altezza delle aspettative della persona amata, “di non essere abbastanza” per lui, come spiega la Meyer in una recente intervista. In Eclipse Ed e Bella devono imparare a perdonarsi, come è necessario che succeda in ogni rapporto vero. “E se non fossi il supereroe ma il cattivo?” diceva nel primo film il giovane Cullen alla preda che in un primo tempo avrebbe solo voluto “mangiare”, ma di cui, nel tempo, inaspettatamente, si era innamorato; la domanda fa scattare l’immedesimazione nel pubblico, soprattutto in chi  nella vita reale, sta vivendo o desidera vivere una relazione stabile, “appartenere” a qualcuno e viene tradotta come: mi ami lo stesso anche se non sono come ti immaginavi? Continuerai ad amarmi anche se posso ferirti o deluderti in un modo che io stesso non avrei creduto possibile?

Amare e essere amati, incondizionatamente e  per sempre è il motore narrativo anche di questo film, vale per i vampiri educati di Forks come per la tribù dei nativi Quileute: nel caso dei licantropi il tema viene reso esplicito con l’espediente di fanta-etologia dell’imprinting, una sorta di tatuaggio interiore che lega indissolubilmente una coppia di lupi. Vale persino  per i cattivi, come la sanguinaria Victoria – è l’amore per il suo James, ucciso da Edward che la spinge a cercare vendetta ad ogni costo – o come la vampiretta Bree, arruolata suo malgrado nell’esercito dei Nuovi Nati, creato per sterminare i Cullen,  un personaggio talmente vivace, complesso e vitale da pretendere e ottenere dalla sua creatrice un libro tutto per sé (La breve seconda vita di Bree Tanner, Roma, Fazi, 2010, pagine…, euro…). “Il bello dei vampiri è che quando fanno qualcosa, lo fanno totalmente e per sempre” dice Jodelle Ferland, l’attrice che interpreta Bree sul grande schermo. Il verbo che ricorre più spesso nel terzo film della saga  è proteggere; i protagonisti – un po’ più adulti e un po’ meno fidanzatini di Peynet –  capiscono che amare significa anche essere un po’ padre e  madre della persona amata e, se necessario, accettare un “pezzetto di morte” per il bene dell’altro. Un concetto che viene espresso simbolicamente con la metafora del sangue versato e, visivamente, con immagini ad alto impatto emotivo, come la scena di battaglia in cui Bella si ferisce a un braccio per attirare l’attenzione del vampiro che sta uccidendo Edward. Durante il film, è la stessa protagonista a smentire la lettura  più diffusa nelle “recensioni preventive” di Twilight parte terza: la scelta non è tra il vampiro Ed ed  il più umano e rassicurante Jacob, ma tra quello che Bella è e quello dovrebbe essere, tra quello che gli altri si aspettano da lei e quello che desidera davvero. Nel mondo pericoloso ma intensamente e perennemente vivo dei Cullen, l’adolescente silenziosa, timida e insicura che i lettori della saga hanno potuto conoscere in Twilight ha trovato il suo elemento, una dimensione ultraumana rischiosa e sorprendente dove tutto è questione di vita o di  morte, ma tutto è incredibilmente affascinante; impossibile tornare, o anche solo rimpiangere, la banalità tranquilla e indolore della vita di prima. Figura del volatile bianco carico di simbologie letterarie che ha nel cognome, simile all’albatros di Baudelaire, Bella è goffa e claudicante a terra, ma perfettamente a suo agio in volo. Per questo in tanti, nonostante ingenuità, incertezze, cadute di tensione, scoperte concessioni al marketing, si scoprono ancora “Dalla parte di Swan” e dalla parte di Twilight.

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