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Ancora sui vampiri teenager, ancora una volta un’articolo di Silvia Guidi del 21 novembre 2009, in occasione dell’uscita del secondo film della serie.

“Sarebbe bello non avere voglia di ucciderti ogni volta” confessa candidamente il vampiro Jasper (più sprovveduto perché più giovane degli altri) a Bella Swan, la protagonista della saga di Twilight, arrivata alla sua seconda puntata sul grande schermo. New Moon, appena sbarcato nelle sale italiane, ha già dato occasione a tanti (critici professionisti e non, blogger e opinionisti vari) di ripetere stancamente il refrain già sentito a commento del primo episodio:  si tratterebbe di pura propaganda moralisticamente pericolosa, di “un elogio della repressione sessuale fine a se stessa”, di uno spot cristiano camuffato da bestseller giovanilista. Chapeau all’autrice Stephenie Meyer, brava a indorare la pillola del severo monito oscurantista con qualche frase da bacio Perugina, per di più creando una macchina per soldi che funziona a pieno ritmo in tutto il mondo. A giudicare dal film di Chris Weitz (sui sequel già in lavorazione ancora non ci sono sufficienti elementi per giudicare, Eclipse non arriverà nelle sale prima del giugno del 2010), la sessuofobia è solo negli occhi di chi guarda e ha un teorema preconfezionato da difendere; tra l’altro i fan che hanno già letto i libri della Meyer sanno benissimo che i due protagonisti, Ed e Bella, si sposeranno e avranno dei figli vivendo ogni aspetto del loro amore senza fobie, morbosità e ascesi non richieste. È quanto meno riduttivo focalizzare l’attenzione solo sulla contabilità dei centimetri di pelle esposta dagli attori, pochissimi nel caso della protagonista, Kristen Stewart che porta sempre giacconi antifreddo, maglioni e camicie di flanella a scacchi, un po’ di più nel caso dei licantropi come Jacob, l’amico del cuore di Bella, necessariamente a torso nudo prima e dopo la sua trasformazione in belva, visto che raramente i lupi indossano il cappotto.

C’è una zona oscura, una sottile angoscia comune a tutti i personaggi principali, ma è la paura di essere divisi dal tempo che passa (solo per Bella, Edward avrà in eterno 17 anni) e il terrore di deludere la persona amata, di perderla per sempre o di farle del male in modo irrimediabile, come è successo a Romeo, chiosa Edward, che “ha ucciso il suo grande amore solo per stupidità”; durante i suoi 108 anni di vita il giovane “lettore di anime” del clan dei Cullen ha imparato a memoria le parole di Shakespeare perché rischia ogni giorno lo stesso errore. Un banale incidente lo convincerà che, per il momento, l’unico modo di proteggere Bella è accettare di stare lontano da lei. Altra citazione dal capolavoro del drammaturgo inglese:  These violent delights have violent ends / and in their triumph die, like fire and powder (“queste gioie violente hanno una rapida fine, muoiono nel loro trionfo come la polvere da sparo e il fuoco”) recita la voce fuori campo nella prima inquadratura. Il brano è tratto dalla sesta scena del secondo atto di Romeo e Giulietta, il dialogo tra friar Laurence e il suo giovane amico in preda all’entusiasmo dell’amor fou.
Come in Twilight, scegliere di far parlare “mostri” come vampiri e licantropi è un’efficace strumento espressivo che permette di inoltrarsi fino all’enigma della libertà e alla misteriosa pulsione di morte che avvelena la vita generando violenza, infelicità e caos nel mondo degli umani, la “ferita originale” che ognuno ha dentro. Meglio evitare la parola “peccato” (il suo profumo di incenso potrebbe allarmare i laicisti); la “ferita originale” può essere tradotta come l’ombra che avvolge la maggior parte dei rapporti d’amicizia o d’amore, che trasforma la cosiddetta società civile in un palcoscenico di crudeltà e ferocia, la facilità con cui un affetto profondo o anche un legame fatto di semplice empatia si trasforma in un rapporto di potere, e il retrogusto amaro della “rugosa realtà”, come scriveva Rimbaud, che si rivela nella continua ripetizione del meccanismo “tensione verso il compimento, disillusione, reazione violenta”.
“Nessun animale si comporta così; io posso riconciliarmi con i lupi, ma non con gli uomini. Gli uomini sono inguaribilmente malati, non sono normali, ma ci siamo talmente abituati al loro male che non siamo più in grado di riconoscere la malattia nelle sue vere dimensioni. La società è il più grande teatro del delitto, e noi non moriamo di malattia, ma per il male che ci ha fatto qualcuno (…) Ci sono parole, ci sono sguardi che possono uccidere”. Ci viene in soccorso ancora Ingeborg Bachmann con Malina, citata dai twilighters più culturalmente attrezzati a caccia delle possibili fonti che hanno ispirato il personaggio di Edward. E la scarna poesia di Tom Waits:  “Innamorarsi è così bello / ma è un’impresa troppo dura per me / Vorrei stringerti ma sono spaventato a morte / potrei spezzarti la schiena / Il tuo profumo non mi dà pace (Fumblin’ with the blues).
In New Moon, Bella ha appena compiuto 18 anni ma è piena di cicatrici mai rimarginate, non solo esteriori, come la ragazza del capobranco dei licantropi che vive in bilico tra due mondi ed è stata sfregiata da chi avrebbe voluto proteggerla; chi ama diventa vulnerabile, qualunque cosa può farlo sanguinare. Come il sale, l’amore dà sapore a tutto e “disinfetta” dalla meschinità, ma brucia sulle ferite aperte, costringe a decidere ogni giorno (e nell’etimologia di decidere c’è il verbo tagliare). Ogni tanto il registro costantemente alto della sceneggiatura fa incappare i dialoghi in qualche ingenuità, e non mancano alcune goffaggini e cadute di tensione, soprattutto nelle scene girate in Italia, a Montepulciano – la Volterra che ha dato il nome al clan dei vampiri-giuristi dandy, cinici e annoiati che svolgono con sadica soddisfazione il loro compito, tagliando teste in nome del rispetto delle regole, i Volturi – ma gli interpreti restano convincenti e (almeno per ora) autoironici anche fuori dal set; “per il 75 per cento è merito dei capelli” risponde Robert Pattinson a chi gli chiede il segreto del successo planetario del vampiro buono, un po’ James Dean, un po’ icona del  pallore dark che abita nella città più piovosa degli Stati Uniti. Senza atteggiarsi a novello Lawrence Olivier, anche se in curriculum ci sono anni di onorato servizio nel Barnes Theatre Company di Londra.
Un’ultima domanda, che potrà sembrare fintamente ingenua, ma non lo è. Se un film o un libro piace a molti, e a persone molto diverse per età, sensibilità e cultura, non potrebbe semplicemente essere un bel film, o un bel libro, e non un pretesto per qualcos’altro (come l’esito di una scaltra pianificazione politico-culturale, la campagna anti diffamazione di qualche partito, la propaganda occulta di una fantomatica lobby cristiana, e altre simili dietrologie)? Non sempre una bella storia, raccontata bene, piace al pubblico – la realtà di solito è più complessa di così – ma a volte succede.

(©L’Osservatore Romano – 21 novembre 2009)

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