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La tradizione del presepe l’ho appresa da mio padre, la porzione italiana della mia famiglia. Lui, figlio di falegname, era un maestro. Le sue montagne di carta dipinta a mano (mica come le mie fatte di “carta montagna”), la segatura sapientemente colorata per fare l’erba o altri pavimenti, l’impianto d’illuminazione. Tutto quel daffare mi ricordo. È uno di quei ricordi più belli, che a Natale porta, allo stesso tempo, gioia e nostalgia.

Con il passare degli anni, io e i miei fratelli abbiamo preso l’incarico. Una volta abbiamo rischiato di incendiare la casa perché il genio del mio fratellone Gabriel si è dimenticato di staccare la spina e si è messo a fare dei collegamenti a fili scoperti. Partita la scintilla sembrava il fuoco nell’estremità di uno stoppino che correva inesorabile verso la bomba, o meglio, verso la presa elettrica! Meno male che mio fratello più piccolo, detto Titi, ha avuto la presenza di spirito di staccare la spina in tempo!

Il grande santo d’Assisi, in quel lontano Natale del 1223, “volle rappresentare il bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato” (Tommaso da Celano, Vita prima, cap. 30) e fino ad oggi questa grande tradizione rimane in questo bel paese.

Nel Santo Natale 2008, decisi di costruire un presepe diverso, non volevo rappresentare solo la nascita di Gesù, ma volevo far vedere a mio figlio com’era la vita quando Dio era al centro della vita della società, ai tempi di Francesco, appunto. Ho pensato di rappresentare un borgo medioevale (sec XII – XV), con le case, i mestieri degli artigiani nelle botteghe e, in alto, dominando il paesaggio, la chiesa con il campanile. Tutto ciò ben fondato sulla grotta di Betlemme, che è alla base della chiesa.

Nel 2010 abbiamo aggiunto il cielo stellato con la cometa e la cascata che sgorga dalla grotta, luce e acqua che zampilla.

Quest’anno abbiamo inserito un porto medievale, dove fiorirono traffici e commercio, segno di una società tutt’altro che arretrata e chiusa, per niente “secoli bui” come si insiste a insegnare ai bambini. Questo porto è anche il simbolo della vocazione missionaria della nostra fede, luogo da dove partivano navi destinate “a tutti i confini della terra”.

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