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In Brasile le tribù che abitavano le coste (Tupinambá) non avevano una religione che si possa classificare pagana (per intenderci, come quelle degli Inca o Aztechi). Avevano un sistema di credenze con diversi miti in molti casi molto simili a quelli cristiano-giudaico (creazione, diluvio , paradiso e apocalisse, per esempio). Infatti quei selvaggi erano molto propensi all’evangelizzazione, vedendo nella figura dei missionari soggetti molto simili ai loro sciamani (i pajé). Alcuni storici di oggi cominciano a leggere quel processo non più come un’imposizione (positiva o negativa), ma come un sistema di reciproche traduzioni: i missionari che leggevano i miti indigeni in chiave giudaico-cristiana e gli stessi indigeni interpretavano gli insegnamenti cristiani inserendoli nel loro lessico religioso. Questo processo di integrazione culturale influenzò molto di più la cultura brasiliana di quanto si ammettesse prima, quando si voleva vedere gli indios soltanto come “vittime” di un processo di acculturazione forzato.

Il mito della terra senza male viene spazzato via dagli studi più recenti e meno influenzati dalle tesi di Rousseau e dai sensi di colpa che, dall’illuminismo in poi, hanno affetto anche molti studiosi cristiani.

Successe che le tribù del litorale, che si sono integrate benissimo con i missionari, con essi si sono alleate nella conversione delle tribù delle zone più interne (i Tapuias), nomadi e molto più aggressivi, abituati a sterminare i nemici e alla pratica dell’antropofagia (altroché buon selvaggio!). Infatti definirli come “pagani” risultava naturale sia ai Gesuiti sia ai Tupinambá.

Per concludere, per chi ne ha la pazienza, riassumo alcuni particolari miti/leggende degli indios che abitavano il Brasile prima dell’arrivo dei portoghesi che mi sembrano emblematiche:

La creazione: I Tupí, uno dei principali gruppi etnici che popolava il brasile insiema ai Guaraní, chiamano Mahyra, il loro antenato primordiale e immortale. Non è un dio creatore, ma è una specie di eroe civilizzatore. Mahyra, Bahira, Maira o Mair non creò tutte le cose, ma è stato creato à partire da un albero, il jatobá, in un mondo distrutto da un grande incendio, e lui ha ripiantato tutto che il fuoco bruciò, con lui rinascono tutte le cose. Si dice che appena uscito dall’albero, ha sentito desiderio sessuale e trasformò un frutto che ricordava l’organo sessuale femminile in una donna, con la quale si accoppiò, generando due gemelli maschi. Mahyra non è eterno ma immortale. Dopo aver creato la donna, lui costruì una casa e fece una coltivazione di mais. Il giorno dopo ordinò che la moglie fosse a raccogliere il mais. Lei replicò che non era passato abbastanza tempo per un raccolto e non ubbidì il marito. Questo si infuriò con la moglie, partendo per l’aldilà e lasciandola incinta dei due figli. È interessante che, al pari della insubordinazione dell’ Eva cristiana, anche quella della “Eva” Tupí portò alla stessa conseguenza: la perdita dell’immortalità per tutti gli uomini.

Diluvio: Sinaá era un potente sciammano della tribù Juruna, figlio di una donna e di un Panthera onca. Per garantire la sopravivenza del suo popolo, dinnanzi a copiose piogge, fece costruire un’immensa canoa nella quale piantò tutte le specie vegetali che la tribù coltivava. In pochi giorni il fiume straripò, coprendo tutta la regione, ma lui ha salvato il suo popolo. (leggenda Tupí)

Insegnamento della legge morale e della civilizzazione: Per i Tupi, Sumé fu un “civilizzatore” misterioso apparso prima della scoperta delle americhe, ha insegnato agli indios a coltivare la terra e le regole morali. È curioso sapere che Sumé era bianco e si dice che sia scomparso “camminanso sopra le acque del mare”, in direzione delle Indie. Viene descritto anche come un saggio che faceva miracoli.

Paradiso: per molte tribù Tupì, esiste un luogo dove l’anima degli antenati vive insieme al mitico e principale ancestrale, Mahyra. Esistonno divergenze nei racconti delle diverse tribù, alcuni si riferiscono come un luogo sopra le nuvole, altri ad una “terra senza mali”, altri come un villaggio dove si vive meravigliosamente insieme a Mahyra e quando invecchiano non muoiono, ma ritornano giovani. Per alcune tribù Guaraní, arrivare al “Kandiere”, cioè paradiso, implica un duplice viaggio: quello dell’individuo attraverso l’ascese e quello della tribù attraverso la ricerca del paradiso perduto (una vera migrazione). È una terra promessa alla quale si può arrivare per mezzo di uno sforzo, che in entrambi casi, personale o comunitario, implica l’abbandono di tutto e una ricerca incessante. Il “Kandiere” è sia il paradiso originale degli antenati, sia quello promesso e definitiva dimora.

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